quanto Paralimpico sei?

Scostante non per natura, ma per contingenze, dopo mesi, senza avervi davvero raccontato dell’Africa e della mia esperienza con la Fondazione Fontana ( http://www.fondazionefontana.org/ ), son qui in questo pomeriggio di sole bolognese- non piove mai a Bologna..- ad organizzare la mia vita ad un pc, ma con fresca fresca in mente la giornata di ieri al Festival Internazionale del giornalismo a Perugia a cui ho partecipato come speaker ( e qui la mia amica Vale direbbe che si tratta di un barbarismo linguistico!;)), all’interno dell’intervento “Disabilità e sport,la lezione di Rio 2016:le sfide dell’informazione”, con Claudio Arrigoni- Gazzetta dello Sport-, Sofia Righetti- protagonista della web serie SofiaRocks- e Mauro Sarti-produttore della serie nonchè moderatore dell’evento. Ecco, la platea era formata da giornalisti e curiosi, diciamo. Pensavo fosse un’ottima occasione per raccontare le contraddizioni che ho notato in questi anni nella comunicazione giornalistica in tema di “sport paralimpico”, ma purtroppo il tempo che mi è rimasto a disposizione sono stati 10 minuti scarsi e non ho potuto, per quanto veloce abbia parlato, dire tutto ciò che avrei voluto.( https://www.youtube.com/watch?v=WqO_2M9h05I ) Lo scrivo qui. Per cominciare dal termine “paralimpico”, di cui ho a lungo discusso a pranzo con Claudio Arrigoni, che da anni si occupa, tra le altre cose, della sezione “paralimpici.gazzetta.it”. Da atleta PARALIMPICA, mi sono resa conto in questi anni di un uso generalizzato di questo termine che, a mio avviso, non dà giustizia a chi Paralimpico lo è davvero. L’esempio compare palese sulla brochure del festival dove io e Sofia siamo ugualmente descritte come “Campionessa Paralimpica”. Quindi Bolt e il mio vicino di casa sarebbero “campioni olimpici “? Claudio che dà voce a noi atleti paralimpici da anni, mi spiega che questo termine è da lui utilizzato in mancanza di uno più adatto per descrivere la categoria di atleti con disabilità che svolgono attività sportiva. Posso capire questa lacuna, colmabile a mio avviso con termini considerati “non politicamente corretti”, ma di sicuro più precisi dal punto di vista semantico. Il nostro campo è in evoluzione ed in crescita, specialmente negli ultimi 4 anni, dopo la svolta di Londra 2012 in cui Oscar Pistorius ha dato grande notorietà al movimento paralimpico appunto; è proprio per questo motivo che ritengo di fondamentale importanza il ruolo dei giornalisti in questa faccenda. Perchè il lettore medio non cada nel fraintendimento per cui basta avere una disabilità e fare sport per diventare un campione paralimpico. E’ giusto spiegare ai non addetti ai lavori che si può sì fare sport avendo una disabilità (e non ci trovo nulla di discriminatorio in questo termine, se usato per fare informazione corretta), ma che per diventare un campione paralimpico la strada è dura, ci vogliono anni e sacrificio, ci vuole molto molto di più.

Nella mie esperienza vissuta ” da dentro” posso confermare che il sensazionalismo dei giornalisti trova nel nostro campo un terreno fertile, in quanto ogni sportivo disabile ha una storia di vita ispirazionale da raccontare, che si tratti di sofferenza, discriminazioni subite o di resilienza, risalita verso una vita felice ecc ecc. Ma dopo anni che ho a che fare con la mia protesi, le mie vittorie, le interviste e gli sguardi e opinioni gratuite della gente, ho capito che il circolo vizioso del pietismo continuerà fino a quanto non ci saranno effettivamente pari opportunità per le persone con disabilità. E questo non parte dallo sport, ma da uno Stato che deve AGGIORNARSI e investire nella risorsa che incarna una persona con disabilità. Prendendo sì spunto da Paesi che in ciò sono più avanti di noi. Perchè io la prima protesi l’ho fatta in Austria? Perchè chi vive a Roma-caput mundi- in carrozzina non può muoversi in autonomia sui mezzi pubblici? Perchè lo stadio di Londra agli eventi paralimpici è sempre pieno? Perchè agli Europei di atletica leggera a Grosseto dell’anno scorso c’erano a mala pena amici e parenti?

Pur avendo una passione per il viaggio e il desiderio di andare a vivere all’estero, ho deciso qualche anno fa di stabilirmi a Bologna, dove ricevo assistenza totale per le protesi nella vicina Budrio ( alla Ottobock e all’Inail)- trovandomi in una condizione privilegiata di atleta di èlite non sborso un centesimo, e chiaramente mi rendo conto di questa fortuna che mi sono però sudata negli anni. Ho deciso di rimanere in Italia e cercare di cambiare qualcosa, di rendere l’accessibilità allo sport adattato qualcosa di reale, di fare ciò che posso ogni giorno per vivere bene e grazie al mio ruolo di ambasciatrice esposta mediaticamente, cercare di dare voce a chi voce non ne ha.

Quindi oltre alle critiche che ognuno di noi rivolge ogni giorno contro “il sistema”, perchè non passare all’azione?

Insieme si può. “Giornalisti”, “atleti”, “disabili” e “normo”, “politici”?, PERSONE !

 

 

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